Iliade del cav. Vincenzo Monti. Il manoscritto Piancastelli

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L’Iliade di Vincenzo Monti costituisce l’opera di maggiore rilievo dell’Ottocento letterario italiano prima dei Canti e dei Promessi Sposi. Della sua qualità i contemporanei ebbero subito consapevolezza, concordando nel coro di un elogio senza riserve. A cominciare da Ugo Foscolo che, a sua volta traduttore, patì il successo dell’antagonista: pure, lontano dagli screzi personali, l’autore dei Sepolcri celebrò “l’intelletto altamente spirato dalle Muse” che aveva assistito l’interprete. Alessandro Manzoni ebbe modo di plaudire alla “maravigliosa” versione del maestro in gioventù, che sapeva all’occorrenza citare a memoria, e Giacomo Leopardi si spinse più avanti di tutti nell’entusiasmo: “Abbiamo, non dirò una classica traduzione dell’Iliade, ma l’Iliade in nostra lingua, e già ogn’Italiano, letto il Monti, può francamente e veramente dire: ho letto Omero”. Consuona con tale convinzione il parere di M.me de Staèl che, guardando all’Europa, collocava il capolavoro al vertice della riuscita. La temperatura del giudizio critico è rimasta elevata nel trapasso di secolo fra gli intendenti di spicco. In particolare Giosue Carducci aveva eletto il testo, si può dire, a breviario quotidiano: è nota la sua abitudine di accompagnare con la mano il ritmo del verso quando, in tarda età, doveva ricorrere ai servigi della lettura di altri. Da ultimo Manara Valgimigli, concludendo epigraficamente la prestigiosa traduzione, ha parlato nel 1953 di “opera originalmente bella, e tra le più compiute e perfette e stupende di tutta la letteratura italiana”. L’edizione critica, da tempo in cantiere, intende promuovere uno studio analitico del poema, indagato nelle minute pieghe. Essa è prevista in tre volumi: il primo dedicato alla stampa, il secondo, che ora vede la luce, al manoscritto degli abbozzi conservato presso la Biblioteca Comunale “Aurelio Saffi” di Forlì, il terzo al codice dell’Archiginnasio di Bologna che è la copia per la tipografia. Gli acquisti conoscitivi che si ricavano da questa prima incursione fra i segreti di laboratorio del Monti riguardano soprattutto i tempi di lavoro e le modalità specifiche dell’elaborazione, durata all’incirca per tutto il biennio 1809-1810. Di più, viene illustrata la funzione dei vari copisti che si sono avvicendati, affiancando il poeta nel tentativo, andato a buon esito, di riuscire in breve vittorioso nella gara avviata col rivale Foscolo. Ne risultano chiariti i rapporti fra manoscritto e stampa come pure l’impegno dell’officina Bettoni di Brescia che provvide alla prima impressione. Ancora, emerge l’importante ruolo del gruppo di amici bresciani (Cesare Arici, Antonio Bianchi, Ferdinando Arrivabene) che condivisero col traduttore la fatica della correzione delle bozze. La consistenza della rete dei dati a disposizione lascia trasparire, sullo sfondo, il tessuto culturale di un’epoca intera, quella del neoclassico nostrano, applicato al compito di fare italiano il poema per eccellenza della classicità. Il quale rispondeva allora all’esigenza di una rinnovata riflessione sul significato della guerra in un’età segnata dalle imprese di Napoleone.
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